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Quotidiano Lecce, Salento

- Giovedì, 23 novembre 2017 - Ore 21:33

Boom di voucher per pagare il lavoro nella provincia di Lecce

Boom di voucher per pagare il lavoro nella provincia di Lecce

Lecce - Sono ben 5,4 milioni i voucher venduti nel 2015 in Puglia, di cui 1milione e 351mila nella provincia di Lecce, seconda a livello regionale solo a Bari (1 milione e 764mila). Nella graduatoria fra le province pugliesi, al terzo posto c’è Brindisi con 830mila586 voucher venuti, poi Foggia con 808mila793 e infine Taranto con 673mila090. È quanto emerge da uno studio sui buoni-lavoro a cura del Servizio nazionale Uil Politiche del Lavoro. 

PROVINCE VOUCHER 2015

Bari

1.764.146

Brindisi

830.506

Foggia

808.793

Lecce

1.351.607

Taranto

673.090

PUGLIA

5.428.142

«La crescita dei voucher nel Salento, come nel resto della Puglia, è evidentemente fuori controllo: il rischio, concreto, è che si alteri l’equilibrio tra la flessibilità avocata dalle imprese e le tutele minime per chi lavora», commenta il segretario generale Uil Lecce Salvatore Giannetto, alla luce dei dati sull’emissione di voucher che, su scala nazionale, dai quasi 536 mila tagliandi del 2008 è passata ad oltre 115 milioni del 2015 mentre, in Puglia, il salto è da 2.443 voucher del 2008 a 5,4 milioni del 2015. 

«L’analisi fa emergere indicazioni significative – continua il segretario Giannetto – come il dato dei settori di attività in cui si utilizzano maggiormente i buoni lavoro in Puglia e nel Salento: commercio, turismo e servizi (terziario), con quasi il 50 per cento dei voucher emessi. Tutte attività piuttosto distanti da quelle rispetto alle quali è nato il lavoro accessorio: lavoro domestico, giardinaggio, attività sportive, solo per citare alcune categorie, rappresentano infatti meno del 15 per cento dei buoni venduti. Inoltre, nel 2015, la Puglia si colloca al quinto posto delle Regioni più voucherizzate d’Italia, alle spalle di Lombardia (21 milioni), Veneto (15.2 mln), Emilia Romagna (14.3 mln) e Piemonte (9.4 mln)».

Se si analizza la distribuzione dei lavoratori interessati per classi di età, «si può facilmente notare come si sia passati da un maggior utilizzo del voucher per gli over 50 (nel 2009 1 voucherista su 2 aveva almeno 50 anni) a una prevalenza nella fascia di età under 49, che nel 2014, assorbe l’80 per cento di voucheristi», osserva ancora il segretario Uil Lecce.  «Il compenso netto medio annuo percepito dal singolo prestatore di lavoro con voucher nel 2015 – rimarca - equivale a 471 euro netti percepiti dal singolo prestatore di lavoro (stesso importo percepito nel corso del 2014), un dato che dovrebbe far riflettere».

Preoccupa, inoltre, il binomio tra voucher venduti e province con una palese stagionalità del lavoro. «Con i voucher sarebbe pericolosa – osserva Giannetto – la sostituzione dei rapporti subordinati che, grazie alla contrattazione collettiva, presentano tutele che invece non può garantire il lavoro accessorio. E la soluzione di innalzare il tetto massimo di utilizzo a 7mila euro trovata con il Jobs Act – fa notare - non farà altro che cannibalizzare sempre di più potenziali rapporti di lavoro subordinato attraverso l’utilizzo di questo poco tutelante istituto per il lavoratore (i voucher non danno diritto a malattia, maternità, indennità di disoccupazione in quanto esentati da contributo) che nel tempo produrrà, inevitabilmente, pensioni minime, instabilità lavorativa, bassa professionalità, e un buco fiscale nelle casse dello Stato con un indebolimento del sistema di sostegno al reddito». 

Pertanto, afferma il segretario Uil Lecce, il governo nazionale ha il dovere di intervenire immediatamente. «L’occasione, imperdibile, è rappresentata dalla revisione dei decreti attuativi del Jobs act – sottolinea - che entro un anno dall’entrata in vigore della Legge il governo è chiamato a fare. Si pensi a correttivi quali la tracciabilità sana dei voucher con la comunicazione precisa dell’inizio e della fine del lavoro, l’esclusione di taluni settori già dotati di flessibilità in materia di rapporti di lavoro e l’abbassamento del limite economico da parte delle aziende».


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