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Quotidiano Lecce, Salento

- Venerdì, 20 ottobre 2017 - Ore 16:06

Loredana Capone sul rapporto Censis sul Mezzogiorno

Loredana Capone sul rapporto Censis sul Mezzogiorno

Lecce - L’ultimo rapporto Censis sul Mezzogiorno pur avendo voluto analizzare alcune tendenze di fondo della sua economia, negli ultimi anni per richiamare l’attenzione di Governo, parti sociali  e opinione pubblica sulle condizioni dell’area meridionale del Paese, ha mancato, tuttavia, a nostro parere l’obiettivo. L’esame compiuto non è riuscito, infatti, a cogliere e rappresentare i persistenti punti di forza che caratterizzano tuttora vaste aree del Sud e dai quali, in qualche regione, si sta già ripartendo per ridare nuovo slancio alle economie locali, naturalmente nell’ambito delle risorse disponibili e dei limiti normativi che caratterizzano l’azione delle Regioni.

Si consideri la Puglia: la domanda che ci si pone, leggendo le pagine del rapporto Censis, è se sia corretto affondarla nel mare indistinto dell’arretratezza e del tracollo macroeconomico che sta investendo altre zone. Chi scrive ritiene assolutamente di no, e non per una malintesa auto-giustificazione di un ceto di governo, ma perché i dati ufficiali certificano una realtà ben diversa da quella disegnata nel rapporto.

Partiamo dal tasso di crescita pugliese negli ultimi anni. Nel 2010 il Pil regionale, pari a 70,5 miliardi di euro, è cresciuto dello 0,6% rispetto al 2009 - l’anno della forte flessione a livello nazionale e locale - a fronte invece di un -0,2% nel Mezzogiorno e di un + 1,3% in Italia. La Puglia, dunque, è cresciuta nell’area meridionale, mentre quest’ultima ha subito una flessione rispetto all’anno precedente. E tale crescita si è confermata in Puglia nel 2011 quando il Pil, salito a 71,7 miliardi, è aumentato dello 0,7%, mentre nel Sud ha registrato una flessione dello 0,4% e nel Paese è cresciuto solo dello 0,4%. La regione, pertanto, per due anni consecutivi ha consuntivato una crescita del suo prodotto lordo superiore a quella del Sud. E stime attendibili per il 2012 - a fronte di una flessione del 2,4% a livello nazionale e di una ancora maggiore per il Meridione - non dovrebbero collocare la contrazione di quello pugliese al di sopra dell’1,5%.

Ma perché è accaduto che l’indicatore del Pil abbia registrato in Puglia nell’ultimo triennio un andamento che - pur collocandosi nel difficile macroscenario nazionale e meridionale - se ne è tuttavia discostato in misura non irrilevante? Per diverse ragioni così riassumibili: 1) un sostenuto andamento delle esportazioni che nel 2011 hanno registrato un incremento pari al 18,2%, il più elevato del Paese e del Sud, un trend che si è confermato anche nel 2012 con un + 7,3%, a fronte di un aumento del 3,7% a livello nazionale e di una flessione dello 0,2% nel Meridione. E si consideri che nel 2012 l’export pugliese - che da oltre un decennio si avvaleva delle performance positive dell’acciaio dell’Ilva che è giunto in alcuni anni a rappresentare anche la 1° voce dell’export totale - ha registrato una contrazione del 9,4% per quella voce, anche se la stessa ha comunque consuntivato vendite all’estero per 1,2 miliardi di euro, quasi totalmente ascrivibili al Siderurgico ionico, ove peraltro sono partiti i lavori per la nuova Autorizzazione integrata ambientale per 2,2 miliardi di euro sino al 2015.
La Puglia esporta beni dell’industria agroalimentare e di chimica di base, farmaceutica, gomma, automotive, aerospazio, mentre flettono tac e mobilio, pur se non scompaiono come qualche economista aveva pronosticato con analisi frettolose.
E’ cresciuto inoltre il turismo per arrivi e presenze, saliti dai 2,9 milioni di arrivi del 2008 ai 3,2 del 2011 e da 12,1 milioni di presenze del 2008 al record storico per la Puglia di 13,5 milioni nel 2011, un dato questo sostanzialmente confermato nel 2012, anche se - da indagini svolte a campione su varie tipologie di siti ricettivi diffusi nell’intero territorio regionale - è emersa una minore propensione alla spesa media giornaliera per presenza.
Negli ultimi anni il mercato del lavoro pugliese ha risentito di una fase congiunturale meno negativa rispetto al Mezzogiorno e all’Italia. I dati Istat, infatti, hanno indicato che nel primo semestre del 2012 l’occupazione in Puglia è aumentata dell’1,15% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in controtendenza rispetto al calo registrato nel resto del Paese (-0,4%) e nel Meridione (-0,3%), anche se il livello attuale appare inferiore di 29.000 unità rispetto al 2008, anno in cui è iniziata la flessione determinata dalla crisi. La Puglia, peraltro, è risultata la quinta regione in Italia per incremento occupazionale dopo l’Emilia Romagna, il Piemonte, il Veneto e l’Abruzzo. La crescita dell’occupazione si è concentrata  tra i lavoratori dipendenti, aumentati dell’1,6%, mentre il numero degli autonomi è rimasto invariato. In presenza di una forte incertezza del contesto economico, le imprese hanno aumentato il ricorso a contratti a tempo determinato e a part-time e, mentre il numero degli occupati fra i 15 e i 34 anni ha subito una flessione dell’1,7%, si è registrato un incremento tra gli individui di 35 anni e oltre.
Hanno concorso ad un andamento del mercato del lavoro migliore del resto del Mezzogiorno anche le politiche proattive della Regione delineate dapprima nella manovra anticiclica avviata dalla fine del 2008 e poi nel Piano del lavoro lanciato nel 2011. la Regione Puglia, peraltro, è in linea con i target di spesa dei fondi comunitari 2007-2013 concordati con il Ministero della Coesione, in una procedura di accelerazione resa possibile anche dallo sforamento pilotato del Patto di stabilità interno dell’Ente deciso nell’ottobre del 2012 per cofinanziare la spesa dei fondi comunitari, secondo i target concordati con il Ministero.
Particolarmente significativi poi sono i dati riguardanti le risorse impegnate ed erogate a valere sui fondi comunitari 2007-2013 per le imprese - fra contratti di programma, Pia, start  up, Titolo II, etc. - che hanno raggiunto i 2,2 miliardi di euro, contribuendo non poco ad assicurare la tenuta complessiva delle aziende beneficiate e quella più generale dell’apparato produttivo locale, pur collocato integralmente nello scenario delle crescenti difficoltà soprattutto sul mercato interno.
Lo stock di aziende iscritte alle Camere di Commercio fra il 2008 e il 2012 le ha viste passare da 390.353 a 383.592, con una flessione dell’1,73%, che non ha comunque scardinato lo stock complessivo di quelle iscritte che resta rilevante, a testimonianza della vitalità e dell’intraprendenza di larghe fasce della popolazione locale.
Insomma i dati brevemente richiamati consentono di poter dire che la Puglia ha resistito e sta tuttora ‘resistendo’ nella congiuntura fra le più difficili del nostro Paese nell’ultimo secolo.
Pertanto le analisi del CENSIS dovrebbero articolarsi più in profondità nel Mezzogiorno, senza tralasciare così indagini specifiche su realtà regionali che conservano tratti differenziali positivi grazie all’impegno e al lavoro delle loro classi dirigenti.


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