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Quotidiano Lecce, Salento

- Martedì, 17 ottobre 2017 - Ore 18:35

"Il maestro della banda", intervista a Giuseppe Pascali

"Il maestro della banda", intervista a Giuseppe Pascali

Calimera - La libreria Voltalacarta, nel cuore della Grecìa Salentina, a Calimera, è un luogo d'incontro, scambio e lettura che, nell'incantevole giardino, ospita momenti di approfondimento e incontri culturali che non possono mancare nell'agenda di quanti associano all'idea di un libro un certo romanticismo, misto a storia e fantasia.
E' proprio questo il fascino racchiuso nell'ultimo libro di Giuseppe Pascali, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, che ieri sera, insieme alla giornalista televisiva Silvia Famularo, ha presentato "Il maestro della banda".
FuturaTv ha colto la piacevole occasione per approfondire il suo libro.

- Lei scrive da anni per la pagina di Cultura e Spettacoli della Gazzetta del Mezzogiorno. Come nasce il suo interesse per la Lirica?
Mi occupo di lirica per la Gazzetta e, in modo particolare, da 15 anni mi occupo della ricerca storica nel campo delle bande.
Ho scritto tre saggi inerenti la storia della Banda: il primo è "La Banda di Lecce.Dal concerto cittadino alla Tito Schipa-D'Ascoli", nel quale racconto i 150 anni di storia bandistica a Lecce.
Il secondo saggio è "Bande di Puglia. Il teatro sotto le stelle", in cui ripercorro i concerti bandistici tenutisi da Foggia a Taranto, mentre il terzo è "Gli spiziotti. Storia della banda dell’Ospizio Garibaldi di Lecce", nel quale narro la storia dei ragazzi dell’Orfanotrofio San Ferdinando diventato, nel corso degli anni, Ospizio provinciale Garibaldi e poi Istituto provinciale Garibaldi, che attraverso la musica, hanno saputo riscattare la sorte avversa e le vicende personali.
Il mio ultimo libro, "Il maestro della banda" (Grifo Editore) prende vita proprio dal mio ultimo saggio.

Un romanzo che mescola realtà e finzione. Il nome del protagonista, ad esempio, Carlo Di Dio, com'è nato?
Si, è un romanzo che nasce dalla storia vera, nell'Ottocento, degli orfanelli dell'ospizio Garibaldi di Lecce, ai quali veniva insegnato a suonare. Uno di loro, Carlo Di Dio, impara a suonare il clarinetto così bene che diventa dapprima solista nella banda dell'orfanotrofio, poi in quella della cittadina e sogna di diventare direttore d'orchestra.
Una delusione, poi, gli farà perdere la speranza nella musica, ma la storia diventerà un esempio di riscatto e di rivincita.
Il nome del protagonista ha due origini: Carlo come il maestro Carlo Cesi, fautore della nascita della fanfara, direttore d'orchestra di Lecce dal 1848, che nel 1857 cerca di fondare una scuola musicale all'interno dell'Istituto per Orfanelli S. Ferdinando.
Il cognome del piccolo protagonista, invece, Di Dio, era il tipico cognome che veniva dato agli orfanelli, come Esposito a Napoli.
Il nome del protagonista è inventato, ma le descrizioni nel libro sono autentiche, così come la descrizione del lungo viaggio del maestro Cesi verso Napoli per acquistare gli strumenti.

- Come addetto stampa del Concorso Internazionale “Tito Schipa” per giovani cantanti lirici, qual è il suo pensiero in merito all'attuale situazione delle lirica e della banda al Sud?
La situazione attuale della lirica non è delle migliori.
L'impegno e il talento da parte dei giovani c'è, ma manca il sostegno in un momento che, a causa dei tagli, non è favorevole per nessuno.

Marcella Barone


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