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Quotidiano Lecce, Salento

- Mercoledì, 23 agosto 2017 - Ore 08:28

La collezione Amata da Bassano a Longhi al Palazzo Ducale

La collezione Amata da Bassano a Longhi al Palazzo Ducale

Cavallino - Sabato 26 settembre alle ore 19 nel Palazzo Ducale dei Castromediano di Cavallino di Lecce, il noto critico d’arte prof. Vittorio Sgarbi, inaugurerà la mostra La collezione Amata da Bassano a Longhi. Curata da Francesco Petrucci, Conservatore del Museo del Barocco romano di Palazzo Chigi in Ariccia, la rassegna, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cavallino, grazie all’impegno dell’Assessore alla cultura On.le Gaetano Gorgoni e alla collaborazione del Principe Fulco Ruffo di Calabria, si pone in continuità ideale delle mostre Dipinti del Barocco romano da Palazzo Chigi in Ariccia, Dipinti tra Rococò e Neoclassicismo da Palazzo Chigi in Ariccia e da altre raccolte,  Ritratto e figura. Dipinti da Rubens a Cades, tenutesi a Cavallino nel 2012, nel 2013 e nel 2014. La collezione di dipinti antichi di Pier Luigi Amata, medico e chirurgo plastico, costituisce una delle più interessanti raccolte private italiane di nuova formazione, non solo per il taglio trasversale rispetto alle scuole regionali e agli indirizzi stilistici emergenti in vari momenti storici - privilegiati invece da numerosi altri collezionisti italiani -, ma anche per l’interesse accordato con ugual peso a tutti i generi pittorici.

Sono presenti infatti nella  raccolta, oltre a  composizioni  multifigurali  di soggetto sacro e profano, anche ritratti reali e allegorici, nature morte, paesaggi e scene di genere, senza indirizzi selettivi di stile e preoccupazioni di geografia artistica. Se il nucleo principale è costituito da opere di artisti italiani o attivi in Italia tra il XVI e il XVIII secolo, non mancano tuttavia alcune presenze esterne, mentre sono assenti bozzetti ed elaborazioni di studio per affreschi e pale d’altare, a differenza di altre collezioni private italiane. Si tratta insomma di tutte opere concluse o aspiranti ad una univocità, mancanti cioè di qualsiasi connotazione propedeutica o di memoria a fatti artistici esterni. La collezione, sviluppatasi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, ha avuto un precoce riconoscimento istituzionale con la mostra tenuta nel 2005 a Roma, nella prestigiosa sede di Palazzo Venezia, a cura di Claudio Strinati, allora Soprintendente per il Polo Museale Romano (La Ricerca della Natura. La Collezione di Pier Luigi Amata, 10 giugno - 17 luglio 2005). La mostra si avvaleva anche di un prestigioso comitato scientifico formato da valenti studiosi, tra cui Daniele Benati, Alberto Cottino, Filippo Maria Ferro, Dieter Graf, Herwarth Röttgen, John T. Spike. Tuttavia, a soli dieci anni da quell’evento, la collezione Amata ha conosciuto un consistente incremento di opere, soprattutto nel senso della qualità, accompagnando una maturazione di gusto estetico e di sensibilità artistica del suo artefice. La mostra di Cavallino presenta numerose opere per la prima volta esposte al pubblico o totalmente inedite, assieme ad altre costituenti il nucleo storico della collezione. Si tratta di un selezione di ben 40 dipinti dei circa 130 che costituiscono oggi la raccolta. Tra i cardini della collezione la sensuale Venere caravaggesca, opera non esente dall’influsso tizianesco e neoveneto, eseguita da Giovanni Antonio Galli detto “Spadarino”, artista citato dall’archiatra pontificio Mancini come uno dei quattro seguaci diretti della “schola del Caravaggio”, assieme a Cecco del Caravaggio, Manfredi e Ribera.  È certamente un capolavoro degno di un grande museo lo straordinario Erminia fra i pastori di Pietro Testa, artista raro e talentuoso, noto soprattutto attraverso la sua produzione grafica. Un altro soggetto della Gerusalemme Liberata del Tasso, poema epico in gran voga nel primo Seicento, è illustrato da un inedito vertice giovanile del pittore emiliano  Alessandro Tiarini, raffigurante Erminia disperata che crede Tancredi morto. Due importanti dipinti di soggetto sacro e profano di Alessandro Turchi detto l’Orbetto, il massimo pittore veronese del ‘600 attivo prevalentemente a Roma, aggiungono ulteriori novità alla selezione. Sono presenti in mostra ritratti di specialisti nel genere, tra Cinquecento e Settecento, come Girolamo da Carpi, Leandro Bassano, Benedetto Gennari, Jacob Ferdinand Voet, Pietro Longhi e Giuseppe Bonito. Notevole il prezioso ritratto su rame di gentiluomo, un unicum nella produzione del geniale pittore caravaggesco Tanzio da Varallo.

La pittura di figura è illustrata da tele seicentesche di Giovanni Baglione, Filippo Tarchiani, François Perrier, Cesare Dandini, Paolo Biancucci e Giovan Battista Merano, oltre al citato Orbetto, mentre il primo Settecento romano è rappresentato da Ludovico Mazzanti e Sebastiano Conca. Si inquadrano nella pittura di paesaggio e veduta, comprese scene di genere, i dipinti di Antonio Tempesta, Frans Franken II, Cornelis Van Poelenbourgh,  Frederick  De Moucheron, Jean Baptiste Forest, Pietro Mulier detto il Cavalier Tempesta, Charles Grenier Lacroix, tra cui spiccano due piccoli e preziosi gioielli: il Paesaggio con natura morta di Pietro Paolo Bonzi e il Paesaggio con Mercurio ed Arg, dipinto su rame dal maggiore paesaggista del Seicento, il francese Claude Lorrain. La sezione finale della mostra è dedicata alla natura morta, con opere di Tommaso Salini, Orsola Maddalena Caccia, Hans Van Essen, François Habert, Nicolas Baudesson, Giuseppe Recco, Carlo Manieri, oltre al misterioso “Maestro SB” o Pseudo-Salini e all’anonimo “Maestro del dipinto Colonna”. La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Francesco Petrucci e pubblicato da De Luca Editori d’arte.

Il Palazzo Ducale Castromediano di Cavallino di Lecce

La struttura attuale dell’edificio è il risultato di una serie di ampliamenti e rimaneggiamenti avvenuti nei secoli, principalmente al tempo di Francesco Castromediano (1598-1663) in concomitanza con l’elevazione di Cavallino a marchesato. Il palazzo occupa il lato nordoccidentale della piazza principale del paese; ha una pianta quadrata ed è composto da un corpo centrale più antico e da due bracci laterali più recenti. Solo la parte centrale, così come quella laterale destra, presenta la tipica decorazione merlata dei castelli medievali, tanto che il palazzo appare per alcuni aspetti un fortilizio per altri una residenza signorile. La parte posteriore è rimasta incompleta. L'ingresso, rivolto verso settentrione, è quattrocentesco, mentre la facciata merlata col bastione risale al XVI secolo e così pure il lato che volge ad est e l’altro corpo architettonico, a due ordini, che prospetta sulla piazza. Al secolo successivo risale il lato nord della residenza, ove si notano arcate di rafforzamento statico. Nell'atrio sono collocati i due busti di Francesco e Domenico Ascanio Castromediano e una enorme statua, denominata "il gigante", che raffigura in abiti seicenteschi il capostipite della casata dei Castromediano, Kiliano di Limburg, nobile tedesco sceso alla metà del XII secolo in Italia Meridionale al servizio del re Guglielmo I detto il Malo, da cui ottenne cariche e i feudi di Pietrapertosa, Castrobelloso e Castelmezzano (Castrum medianum, da cui viene il nome della casata) nel territorio di Potenza. Tra i numerosi ambienti del palazzo spicca la grande galleria, considerata da diversi studiosi una delle più belle sale delle residenze patrizie del Mezzogiorno e il primo esempio del gusto barocco nel Salento. Il duca Francesco, dopo il matrimonio con Beatrice Acquaviva d’Aragona, fece modificare una sala già esistente, elevandone i muri perimetrali, sostituendo la tettoia coperta di tegole con una serie di volte a stella e commissionandone il ricco apparato decorativo. Dotata di un pavimento realizzato in coccio pesto arricchito da piccole mattonelle smaltate verdi, nere, bianche e gialle, che disegnano un motivo di stelle, la galleria presenta nella volta gli affreschi del leccese Francesco Florio, raffiguranti le dodici costellazioni, purtroppo in parte mutili a causa delle offese del tempo, dell’incuria degli uomini e di incauti lavori di consolidamento. Numerose statue in pietra leccese, di ottima fattura, realizzate dal palermitano Carlo d’Aprile (1621-1668) e dai suoi discepoli, decorano le pareti della galleria. Oltre ai busti dei componenti della famiglia Castromediano, sono presenti quindici statue di soggetto allegorico e due gruppi in cui sono raffigurati Enea, il padre Anchise e il figlio Ascanio. Attigua al salone di rappresentanza è la cappella di Santo Stefano fatta costruire nel 1565 da don Giovanni Antonio II Castromediano, in cui sono collocati dipinti del copertinese Gianserio Strafella e dei suoi allievi (seconda metà XVI sec.). In questo palazzo abitò Sigismondo Castromediano, archeologo, scrittore e patriota del Risorgimento, che vi morì nel 1895 e al quale si deve la fondazione dell’omonimo Museo Archeologico Provinciale di Lecce. Oggi, dopo l’intervento di recupero realizzato negli anni 2004-2008, la galleria è sede di attività socio-culturali.


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