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Quotidiano Lecce, Salento

- Venerdì, 24 novembre 2017 - Ore 08:40

Navette da Lecce e Bari per "Le Luci della Centrale Elettrica"

Navette da Lecce e Bari per "Le Luci della Centrale Elettrica"

Brindisi - In seguito alla grande richiesta di mezzi di trasporto serali e notturni per raggiungere il Dopolavoro, domenica 6 aprile in occasione del concerto de Le Luci della Centrale Elettrica, si comunica che Dopolavoro e TT Events mettono a disposizione il servizio navetta di andata e ritorno da Lecce (ore 20, ritrovo Foro Boario, biglietto 10 euro da prenotare presso Youm in piazza Mazzini). È prevista inoltre una corsa da Bari (ore 20, ritrovo piazza Aldo Moro), con fermata intermedia a Monopoli. Per info 328/8347924.

Il grande rock italiano fa tappa al Dopolavoro domenica 6 aprile (ore 22 – info 328/8347924, 349/7546883). Le Luci della Centrale Elettrica, freschi di stampa con il nuovo album “Costellazioni” (La Tempesta), già secondo posto di vendite nella classifica Fimi/Gfk, arrivano a Brindisi per l’unica data pugliese del tour nazionale, organizzata da Dopolavoro e TT Events. I biglietti sono disponibili in prevendita, al costo di 12 euro, sul circuito www.bookingshow.it e nei punti vendita autorizzati, tra cui Youm in piazza Mazzini a Lecce, Dopolavoro in piazza Crispi e La Discoteca in via Imperatore Augusto a Brindisi. Sul palco insieme a Vasco Brondi suonano Ettore Bianconi (elettronica e moog), Sebastiano De Gennaro (percussioni), Andrea Faccioli (chitarre elettriche e chitarre acustiche) e Daniela Savoldi (violoncello). Prima del live, dj set a cura di Serpentine.

La band torna al suo pubblico come un’orchestrina spaziale, con percussioni e beat elettronici, chitarre distorte e violoncello, moog e pianoforte. Suoni organici e suoni elettronici. Il palco si trasforma in un bar che si trova tra la via Emilia e la via Lattea dove protagoniste saranno le storie provinciali e spaziali “raccontate, cantate e gridate”. Registrato tra Ferrara, Bassano del Grappa e Milano, e anticipato dal brano I destini generali, “una canzone liberatoria”, dice Brondi “una specie di inno, un festeggiamento senza senso che mi sembra di buon augurio”, anche per questo nuovo lavoro, dopo le collaborazioni con Gipi (per Canzoni da spiaggia deturpata) e Andrea Bruno (per Per ora noi la chiameremo felicità), la realizzazione dell’artwork è stata affidata a un grande artista visuale come Gianluigi Toccafondola.

“Mi sono accorto che è un disco con canzoni piene di futuro – scrive Vasco Brondi sui suoi canali social - proprio adesso che questa parola ha quasi una connotazione negativa. Sono piene di illusioni e di storie che finiscono bene, che finiscono male o che non finiscono mai”.

Le quindici canzoni di “Costellazioni”, dichiara Brindi, sono “allegre e disperate, provinciali e spaziali. Non c’è una canzone che rappresenti tutte le altre, ogni canzone si difende da sola. C’è un punk sentimentale, un blues del Delta del Po, una guerra lampo pop. Quindici canzoni luminose, una costellazione di quindici stelle, ognuna con la sua storia, i suoi paesaggi e la sua direzione”.

Del nuovo disco “Costellazioni” Vasco Brondi racconta:
“La prima cosa a cui ho pensato per questo disco era al futuro. Una parola che comincia ad avere quasi una connotazione negativa per quanto si parla di questi come di tempi sbagliati. Si dice che il futuro non c’è, che non arriverà. Invece questo disco è pieno di futuro e di lampi che segnalano un qualche assurdo lieto fine. Il futuro è più vicino di prima, il futuro è tra due minuti, tra due ore, il futuro è stasera. “La situazione è eccellente”. Ho pensato che in questo clima di crisi e di lamentele avrei voluto una lunghissima festa senza senso. Un disco da mettere per ballare sotto le bombe, un disco da suonare durante la guerra.

Ho ripensato alle luci della centrale elettrica, a quelle luci che andavamo a vedere da ragazzini come una cosa spettacolare, come un fuoco d’artificio in periferia. Come le uniche stelle che si vedevano nel cielo del posto dove sono cresciuto. Ho pensato a quando trovavamo stupende delle cose che non dovevano esserlo. Le luci della centrale elettrica come una costellazione, ogni canzone una stella collegata alle altre da un disegno insensato, a fare luce su questi tempi. L’unico modo di non avere paura del buio è entrarci dentro e portarsi l’accendino e illuminare tutto. Le prime canzoni sono cominciate ad arrivare in file sparse nel lungo inverno del 2012, rurali e spaziali. Canzoni dalla pianura padana lanciate verso la galassia, storie piccole ma che si vedono anche dalla luna. Strumenti organici e strumenti elettronici vicini, canzoni al pianoforte in cui si può pogare e canzoni velocissime e distorte da ascoltare ad occhi chiusi prima di addormentarsi. Fisarmoniche e casse dritte, fiati e chitarre elettriche, orchestrine e beat elettronici. Come se ci fosse un rave in una balera, come se ci fosse una balera a Berlino. Il disco è pieno di città straniere e pieno della mia solita città di provincia. Pieno di illusioni e di storie che finiscono male, che finiscono bene o che non finiscono mai.

È un disco condiviso, fatto con Fede in due in una stanza tra Milano e Ferrara e continuato separatamente ognuno con la sua chitarra e il suo computer e spedendosi dei file dalle città più improbabili e poi ritrovarsi ed essere sempre di più. E avvertire con uno strano sospiro di sollievo l’inizio della fine della gioventù, avere la strana impressione che sia sempre stata sopravvalutata. E allora fare delle canzoni che funzionino come i sospiri di sollievo, scrivere delle canzoni liberatorie. A volte iniziavano con una cosa che mi scrivevo in fretta sul telefono o su un foglietto, a volte una sensazione, una frase che senza nessun motivo resta impressa. Ma partivo sempre dalla musica, da un’armonia, una disarmonia, una ritmica. Prima di scrivere le parole la parte musicale mi diceva che clima c’era in quella storia, il sole o le nuvole, i palazzi o le colline o tutte e due ma non è mai così organizzata la cosa, è sempre un casino di slanci, di ripensamenti, di lacrime e letterali salti di gioia. Alla fine ci sono delle storie che anche se prima non erano vere adesso lo sono diventate. Tanti elementi che latenti c’erano già nelle canzoni che avevo scritto nei due dischi precedenti ma è stato come allargare la visuale, usare più colori, riconoscere tutti i sentimenti allegri e disperati. Un telegiornale poetico, l’intimo e l’universale, le cose che c’entrano e le cose che non c’entrano. Guerre vere e guerre immaginarie. Ho pensato di ambientare tutto in un bar sulla Via Lattea. Un posto immaginario e iperreale. Con strani personaggi e con persone qualsiasi. Storie di gente che parte, di gente che resta, di cose che non cambiano mai che all’improvviso cambiano completamente. Un posto in cui anche le rondini si fermano il meno possibile, un posto in cui tutto sembra indimenticabile”.


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