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Quotidiano Lecce, Salento

- Martedì, 22 agosto 2017 - Ore 20:52

"Fresia" di Corrado Punzi al Db D'essai di Lecce

"Fresia" di Corrado Punzi al Db D'essai di Lecce

Lecce - Per la maggior parte delle persone, Fresia è solo il nome di un fiore. Per me è il nome di una donna che ha segnato la mia vita interiore e ora che questa donna non c'è più, è il nome di una storia lunga molti anni. Raccontarla è l'unico modo perché questa storia non finisca e perché Fresia, anche da morta, possa continuare a parlare, a guardare lo spettatore negli occhi e a chiedere giustizia, a chiedergli di continuare a lottare per lei, di essere presente e critico davanti ad ogni forma di ingiustizia.

Fresia la conobbi nel 2002, in Cile: dirigeva l'organizzazione non governativa in cui andai a lavorare insieme a Marta Vignola, la mia compagna di allora, da poco laureata in legge. Dovevamo partecipare ad un progetto contro la violenza sulle donne e Fresia coordinava il nostro lavoro, come una maestra severa e diffidente. Col passare dei giorni capimmo le ragioni della sua freddezza caratteriale e quando noi le comprendemmo, questa freddezza sparì e lei ci regalò tutto il suo calore e insieme ad esso ci consegnò la sua vita. Una vita segnata da un evento, che aveva irrimediabilmente tracciato un prima e un dopo. L'11 settembre 1973 sul cielo di Santiago del Cile volarono dei caccia dell'aviazione cilena che bombardarono il palazzo dell'allora presidente Salvador Allende.

Alla sua morte, voluta e finanziata dagli Stati Uniti, i sogni di cambiamento sociale di un'intera generazione si trasformarono in incubi. Pochi giorni dopo il golpe, il marito di Fresia, Omar Venturelli fu arrestato e recluso in un centro di tortura, da cui riuscì a mandare una lettera a Fresia e a Pacita, la loro piccola figlia di tre anni: le supplicava di scappare dal Cile. All'inizio Fresia non riuscì ad abbandonare suo marito, ma dopo che non ebbe più notizie di lui, dopo che in brevissimo tempo era ufficialmente diventato uno dei tanti desaparecidos, lei e Pacita andarono in esilio in Italia, a Bologna. Da allora, per più di trent'anni, Fresia e Pacita hanno cercato di ottenere giustizia, ma il Cile non ha mai processato né Pinochet, né i militari responsabili delle torture e delle uccisioni. Quando io e Marta ascoltammo questa storia dalle labbra di Fresia, non riuscimmo più a dimenticarla, a far finta di niente.

Anche una volta abbandonato il Cile e Fresia e tornati alla nostra vita europea, ci siamo accorti che i suoi racconti ci si erano sedimentati dentro. Tant'è che anni dopo, anche se la storia tra me e Marta era finita, dentro ognuno di noi, separatamente, continuavano a germogliare le parole di Fresia. Per Marta sono diventate argomento delle sue analisi universitarie, nel suo nuovo lavoro da ricercatrice; per me sono diventate una prospettiva da cui guardare la realtà e da cui raccontarla tramite il mezzo cinematografico. Poi un giorno, oltre che una prospettiva, le parole di Fresia sono tornate ad essere attuali anche come racconto. Marta aveva seguito come consulente universitario un processo svolto a Roma contro alcuni militari della dittatura argentina, tutti condannati in contumacia. Mesi dopo, l'avvocato Maniga che l'aveva chiamata per quel processo, la chiamò per chiederle se lei volesse essere, insieme a lui, uno degli avvocati in un altro processo che si sarebbe tenuto a Roma, questa volta contro un militare cileno, Alfonfo Podlech. Quando Marta lesse le carte del processo, capii che il militare che avevano arrestato a Madrid ed estradato in Italia, era accusato di essere il responsabile delle torture e della morte del cittadino italo-cileno Omar Venturelli: il marito di Fresia. Marta era sconvolta dalla potenza della fatalità e accettò senza pensarci. Quando mi incontrò e mi raccontò ciò che era accaduto, non ci fu bisogno di dirsi nient'altro. Ci ritrovammo tutti e tre a Roma: Fresia a guardare in faccia il torturatore di suo marito, Marta ad accusarlo davanti ad una corte ed io a filmare. La storia era stata più potente delle nostre stesse volontà: non eravamo stati noi a decidere di raccontarla, ma era stata la storia a decidere di farci ritrovare e di farsi raccontare.

Il documentario racconta la storia di Fresia, una donna cilena che ha dedicato la sua vita alla ricerca di suo marito, Omar Venturelli, un uomo di origini italiane scomparso in Cile nel 1973, poco dopo il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet. Fresia ha lottato con tutte le sue forze per ottenere verità e giustizia, riuscendo dopo 36 anni a trovarsi faccia a faccia in un tribunale italiano con Alfonso Podlech, il militare ritenuto responsabile delle torture e della morte di suo marito Omar.
Il film, girato tra l'Italia e il Cile, documenta i tre anni del processo avviato a Roma in seguito all'arresto e alla successiva estradizione di Podlech. La narrazione si sviluppa attraverso il lavoro del giovane avvocato Marta Vignola, che con Fresia consolida un rapporto umano cominciato dieci anni prima nella città cilena di Temuco.




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