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Quotidiano Lecce, Salento

- Mercoledì, 18 ottobre 2017 - Ore 05:55

Intervista alla pittrice Alessandra Sessa, le opere e la ricerca interiore

Intervista alla pittrice Alessandra Sessa, le opere e la ricerca interiore

Lecce - Presente fino al sedici ottobre presso le Officine Cantelmo con la sua mostra antologica, la pittrice Alessandra Sessa racconta la sua realtà ed il suo
mondo interiore, attraverso i suoi quadri. Nature spoglie, figure umane indefinite e paesaggi  onirici.


Quando hai iniziato a dipingere? Ricordi qual è stata la tua prima opera?
Ho sempre disegnato. La mia prima opera è stata un megafono a tempera, con qualche ritocco in gesso, l’ho realizzato all’età di dodici anni, all’epoca
frequentavo ancora la scuola media, poi dopo poco mi iscrissi al liceo artistico.


Cos’è per  te un quadro?
Un quadro per me è un supporto. Quando voglio dipingere qualcosa, prendo un blocco di fogli ed inizio a disegnare, tra tutti i disegni che faccio, scelgo
quello che più mi piace, e lo trasferisco su tela.  È uno strumento in più a mia diposizione. I disegni che realizzo, quasi sempre li conservo per me, è
raro che li esponga, perché l’opera definitiva è quella che metto su tela, come fosse una sorta di valore aggiunto a quello che faccio.


Nei tuoi dipinti ci sono molti volti, chi rappresentano?
I volti, in realtà, sono figure androgene. Quando dipingo non faccio distinzione tra uomo e donna, per me non è importante,  le mie, sono figure
antropomorfe che hanno entrambe i sessi. Non mi pongo il problema di cosa stia disegnando, o se quel volto abbia più le sembianze di una donna o di un uomo, lascio questo compito a chi guarda i miei quadri. Lo faccio anche appositamente, per suscitare ambiguità negli occhi di chi li osserva. Il fatto
poi, che abbiano tutti i capelli lunghi, contribuisce a creare ancora più confusione. In alcuni quadri che ho dipinto, non saprei nemmeno io se i
soggetti raffigurati, siano donne piuttosto che uomini.

C’è un messaggio particolare che vuoi comunicare attraverso i tuoi quadri?

Dietro ad ogni quadro ci sono un insieme di emozioni, che il pittore cerca di trasferire su tela. Nei miei è presente anche il tema dell’esistenza e la continua ricerca dell’essere. Sono molto affascinata ed influenzata anche da quello che leggo, come ad esempio Jung, per quanto riguarda il concetto d iarchetipo e la psicoanalisi di Freud, autori a cui mi sono avvicinata quando avevo circa vent’anni. Quando qualcuno guarda i miei quadri, magari non percepisce quali siano state le mie emozioni al momento della realizzazione, ma e si fa un’idea tutta sua idea, in base a quello che l’opere  suscita in lui.

C’è un filo conduttore tra le tue opere?
Si, nelle mie opere c’è una sorta di continuità, che le lega l’un l’altra.
Quando avevo circa quindici anni realizzavo più figure femminili, oggi a trenta magari dipingo più paesaggi, in particolare alberi, quindi sono cambiati i
soggetti ma il tema più o meno è sempre uguale, la continua ricerca di me stessa, anche attraverso una sorta di legame egoistico tra me e il quadro che
sto dipingendo. Dipingo quello che mi piace e che mi emoziona, dando priorità alle mie esigenze. Qualche anno fa, lo facevo anche senza pensare troppo a cosa comunicassero le mie opere, oggi invece, che ho una maggiore consapevolezza di me stessa, mi pongo molte più domande. Il trittico monocromatico, ad esempio, rappresenta un viaggio all’interno dell’esistenza umana, lo stesso soggetto, avvolto in un groviglio di capelli, un’opera piena di contrasti, bianco e nero, Yin&Yang, e avevo bisogno di quel colore, il grigio, in tutte le sue sfumature, perché era quello che meglio rappresentava il tema del quadro, senza banalizzarlo, con un’altra tonalità di colore non sarebbe stata la stessa cosa, è importante comunicare anche attraverso il colore.


Le tue opere sono state definite sogni impressi su tela. Cos’è per te il sogno?
Io ricordo tutto quello che sogno, ricordo anche più di un sogno a notte e molti dei miei sogni, sono legati a quello che faccio, ogni sogno è un viaggio,
un racconto da cui trarre spunto. Spesso mi capita addirittura di sentire una voce narrante  che mi racconta quello che sta accadendo mentre sto dormendo, e mi faccio prendere talmente tanto da quello che sogno che non posso non riportarlo su tela,  il sogno è meta della vita, è una fonte d’ispirazione.
Prendo spunto dalla realtà esterna, solo se tratto un tema sociale, ma per il resto, mi affido al mondo onirico. Per me esistono due realtà, ben distinte, l’
io cosciente e l’inconscio. Nel momento in cui dormo e sogno, per me, quella è la realtà vera. L’io, spesso, tende a mascherarsi, è condizionato dalla sociètà e da tutto quello che lo circonda, è compromesso, e a volte deve difendersi dagli attacchi,  il sogno invece è un mondo a parte, libero e senza regole. Da sveglia cambia tutto, è l’occhio che crea la prospettiva e mi indica dove devo guardare, e non sempre quello che si vede corrisponde poi alla verità . A proposito di questo, mi viene in mente Cèzanne il quale diceva che quando dipingeva un opera, la guardava e riguardava fino a che quell’immagine arrivava a scomporsi nei suoi occhi, proprio nel  momento in cui si rompeva quella sorta di equilibrio, dava il tratto di pennello definitivo, perchè sosteneva che fosse quella la realtà e non l’immagine impostagli dai suoi occhi. Per me è più vero quello che sogno perché completamente incondizionato. Il sogno è “free”.

Azzurra Monaco


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