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Quotidiano Lecce, Salento

- Lunedì, 20 novembre 2017 - Ore 01:12

Italsider/Ilva, 50 anni di veleni

Italsider/Ilva, 50 anni di veleni

Taranto - Un agosto così rovente nella città definita della Magna Grecia non lo si viveva dai tempi di Filonide di Taranto che, nel 282 a.C., sfidò il potere di Roma orinando sulla toga del console Postumio.
I Tarantini in quell’occasione, che già odiavano Roma per le sue mire espansionistiche e per gli aiuti che aveva sempre prestato ai governi aristocratici, videro con l’arrivo della flotta romana nel loro porto ,una violazione del trattato del 303 a.C. e non esitarono ad affrontarla con la propria, riuscendo ad affondare quattro navi, a catturarne una e facendo molti prigionieri tra i romani. Roma per evitare una guerra che avrebbe richiamato le milizie greche e cartaginesi inviò nella città bimare un console, Lucio Postumio, per chiedere con fermezza la restituzione della nave e dei prigionieri catturati.

Fu in quella occasione che Filonide umiliò per la seconda volta Roma cacciando via il console dalla città non prima di aver fatto un’abbondante “pipì” sullo stesso. A distanza di 2294 anni sembra che a Taranto si stia vivendo una situazione analoga. Il pomo della discordia questa volta però si chiama Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico nella zona euro.
Da Roma il prossimo 17 agosto arriveranno in riva allo jonio, per ordine del Presidente del Consiglio Mario Mont, i tre ministri. Passera, Clini e Severino, rispettivamente ministri dello Sviluppo Economico, Ambiente e Giustizia, saranno a Taranto per cercare di scongiurare la chiusura di uno stabilimento che è anima e motore dell’economia Italiana.
Lo stesso però è la causa di una situazione sanitaria ai limiti del vivibile e del mortale come descritto dalla perizia della magistratura tarantina che inchioda la fabbrica dell’acciaio davanti alle sue colpe. I cittadini in questi anni hanno invaso le piazze per rivendicare il loro diritto a vivere e non ammalarsi per il bene di una nazione.

I lavoratori in questi giorni si sono riversati in strada per rivendicare il loro diritto al lavoro. Una storia lunga oltre cinquant’anni che ha visto all’interno del siderurgico prima la proprietà statale con Italsider del Gruppo Iri e poi, dal 1995, quella privata con Ilva della famiglia milanese Riva. Era il 9 luglio del 1960 quando, alla presenza del Ministro dell’Industria Emilio Colombo, fu posta la prima pietra che avrebbe portato, in poco tempo, a far divenire l’attuale Ilva, allora Italsider, lo stabilimento più grande d’Italia e d’Europa. Fu fatta una battente campagna informativa per far percepire quello stabilimento come una speranza per la popolazione, come un’opportunità di miglioramento delle condizioni di vita. Fu decisa la localizzazione dello stabilimento con superficie di 528 ettari (poi passerà a 1500 ettari, 2 volte la superficie dell’intera città) , separato dalle abitazioni cittadine solo da una strada statale senza tener conto delle prescrizioni del Piano Regolatore. I bulldozers sradicarono ventimila alberi di ulivo tra l’indifferenza generale, anche di quei proprietari terrieri che vennero comunque risarciti con buoni indennizzi. Subito dopo l’avviamento del primo altoforno, parliamo del 1964, iniziarono a sorgere i primi problemi di carattere ambientale.

L’associazionismo ambientalista locale, nel 1974, muoveva i primi passi convocando manifestazioni pubbliche nelle vie del centro cittadino e momenti di sensibilizzazione e riflessione soprattutto nel quartiere Tamburi, il più colpito dall’attività industriale e, durante una manifestazione del 31 gennaio, furono esposti in Piazza della Vittoria panni simbolicamente anneriti dal fumo, sugli alberi della stessa piazza furono appesi cartelli che riportavano la scritta “reliquia”, furono esposte altre “reliquie” contenenti “aria non inquinata”, “acqua dello Jonio non inquinata” e “terreno agrario purissimo”. Cosa fece l’amministrazione locale di quegli anni? Decise di condurre uno studio sull’inquinamento atmosferico. I primi risultati indicavano abbastanza chiaramente che nella zona occidentale della città esisteva un processo di crisi ambientale . Sembra di leggere, insomma, la storia del 2010 quando Stefàno, il sindaco di

Taranto, richiedeva dati scientifici e non favolette dagli ambientalisti. I dati anche in quella occasione arrivarono ma le azioni concrete da parte dell’Ente civico no. Proprio come negli anni 70. Cosa fece l’ex Italsider (gestione statale)? La direzione dello stabilimento annunciava investimenti per 50 miliardi di lire per il perfezionamento e potenziamento di impianti di depurazione e abbattimento dei fumi, e la collaborazione con una società statunitense, la Ecological Science Corporation, per la revisione del processo produttivo. Per i lavori si annunciavano ulteriori investimenti in eco-compatibilità per 75 miliardi di lire. Anche in questo caso ci sembrano informazioni recenti e non degli anni 70. L’attuale Ilva ha investito e come è stato ribadito negli ultimi 2 anni continuerà ad investire in eco-compatibilità milioni di euro ma il problema ambientale, nonostante il famosissimo impianto Urea e quello recente a iniezione carbone attivo e il tanto osannato impianto di depolverazione costati decine di milioni di euro, è ancora là. Tutto sembra ripetersi a fasi cicliche e con risultati a fotocopia.

Nel 1975 si registrava un crollo del consumo mondiale di acciaio (-8%). Solo nei Paesi della Comunità Europea la diminuzione fu addirittura del 18%. Il costo del lavoro all’Italsider si collocava ad un livello nettamente superiore alla media nazionale. In effetti la forza-lavoro Italsider era ben organizzata, dotata di un elevato potere contrattuale, grazie alla presenza di un sindacato forte di una percentuale di adesioni del 75%. Niente cassa integrazione ordinaria e straordinaria in quegli anni come invece è accaduto per tutto il 2009, 2010 e 2011.

Nel 1981 a seguito delle innumerevoli segnalazioni sugli impianti che abbracciavano tutto il polo industriale jonico la magistratura iniziava le prime indagini. La Pretura di Taranto apriva pertanto un fascicolo per getto di polveri e inquinamento da gas, fumi e vapori, i vertici dell’Italsider.

Il processo del 1982, vedeva la partecipazione di numerosi testimoni provenienti dai quartieri più a rischio d’inquinamento industriale (Tamburi, Città Vecchia, Paolo VI) e, almeno in una prima fase, la costituzione di parte civile non solo di associazioni ambientaliste ma anche del Comune. Ma un colpo di scena cambiava le fasi finali del processo condizionando la sentenza: il sindaco dell’epoca, Giuseppe Cannata, annunciava la revoca della costituzione di parte civile del Comune per motivi di opportunità politica. La stessa farsa che poi la città vedrà con la giunta Di Bello e Florido anno 2004 in un analogo processo. Risultato? Il processo si concluse con la condanna del direttore dello stabilimento Italsider a 15 giorni di arresto con l’accusa di getto di polveri ma non di inquinamento da fumi, gas e vapori.

Il Ministero dell’Ambiente, ci spostiamo nel 1991, dichiarava l’area di Taranto “area ad elevato rischio ambientale”. L’area interessata, oltre al comune di Taranto, comprendeva altri 4 comuni della provincia jonica (Crispiano, Massafra, Montemesola, Statte) per un totale di 564 km quadrati e 263.614 abitanti. La storia di oggi qui fa un passo in avanti. Il 23 giugno 2010 il Sindaco Stefàno emana 2 ordinanze contingibili e urgenti che vietano a tutti i cittadini di usufruire delle aree verdi del quartiere Tamburi perché contaminate da sostanze cancerogene e pericolose per la salute dell’uomo.

Nel 1995 assistevamo al passaggio di consegna del siderurgico tra Iri e il Gruppo Riva. Il costo dell’operazione sarà di 1.460 milioni di lire facendo nascere Ilva. Nel 1996 la Regione Puglia veniva investita di competenze speciali in materia ambientale e nel 1997 siglava con Ilva il Primo Atto d’intesa che non prevedeva nè limiti di tempo più stringenti in fatto di risanamento nè il ricorso a sanzioni in caso di inadempienze. Il sindacato Uil iniziava a distinguersi da Cgil e Cisl e
denunciò la mancanza di impegno su una serie di problematiche ambientali presenti all’interno dello stabilimento. Anche in questo caso sembra di vivere la storia attuale: Cisl e Cgil che si schierano a favore della grande industria tralasciando senza giri di parole il problema ambientale in città e facendo ricorso contro il referendum promosso da Taranto Futura per la chiusa e riconversione del siderurgico.

Nel 2000 si registravano le prime relazioni allarmanti del Presidio Multizonale di Prevenzione PMP (uffici tecnici delle ASL) circa l’inquinamento prodotto dalla produzione del coke con richiesta del fermo delle batterie 3 e 6.

In base alle ipotesi di reato segnalate dalla relazione del PMP sull’inquinamento industriale dell’Ilva veniva realizzata una perizia a seguito della quale si invitavano gli organi istituzionalmente competenti ad intervenire. L’amministrazione comunale, con una “storica” ordinanza sindacale (6 febbraio 2001) ordinava, entro 15 giorni (poi passati a 90) dalla notifica dell’ordinanza, di realizzare interventi migliorativi relativamente ai forni delle batterie 3 e 6, di ridurre la produzione di coke con il fermo delle batterie 3 e 6 o alternativamente di procedere alla sostituzione delle stesse. Scoppiava così la “vertenza ambiente”. Le confederazioni sindacali erano contrarie alla “vertenza ambientale”. Intanto arrivarono i primi avvisi di garanzia al Gruppo Riva. Nel 2002 arrivava la condanna di primo grado per il procedimento iniziato nel 1999 ed inizierava l’era delle intese Accordo di Programma, il primo Atto di intesa, ne seguiranno altri 3. Solo dopo la sottoscrizione del 3° Atto d'intesa(2004), Comune e Provincia ( Di Bello- Florido) ritireranno la costituzione di parte civile nel processo che aveva visto la condanna in primo grado dei vertici dello stabilimento per le polveri del parco minerari che ricadevano sul quartiere Tamburi (succede come nel 1982) .

Il 14 giugno del 2007 Ippazio Stefano veniva proclamato Sindaco di Taranto. Veniva riorganizzata L'Arpa (Agenzia Regionale Per l'Ambiente) che iniziava una campagna di rilevamento dei dati dell'inquinamento prodotto dall'Ilva. Emergeranno dati preoccupanti soprattutto per quanto riguarda le emissioni di diossine e di idrocarburi policiclici aromatici. A maggio, PeaceLink, Uil Taranto e il Comitato contro il rigassificatore, presentarono un dossier allarmante sull'inquinamento. Subito dopo, a giugno di quell’anno, l'Ilva querelerà i relatori del dossier sull'inquinamento per "procurato allarme ambientale". Cominciava nuovamente a diffondersi un diffuso senso di preoccupazione tra la popolazione. Dal 2008 al 9 luglio 2010 la cittadinanza si sveglierà e reagirà grazie alla presenza di innumerevoli associazioni pro ambiente. L’era delle intese tra le istituzioni si concludeva così perché i cittadini iniziavano a fare la voce grossa stufi di una politica che in 50 anni aveva portato tanti rinvii e molte promesse mai mantenute. Nel 2008 Altamarea, che racchiudeva 18 fra associazioni e movimenti ambientalisti, organizzava la più grande manifestazione contro l’inquinamento a Taranto portando in piazza oltre 20mila persone. Ripeterà la stessa cosa nel 2009.

Il 20 novembre 2008, all'ospedale Testa di Taranto, veniva presentata la nuova legge regionale sulle emissioni di diossina, approvata poi il 16 dicembre. La Legge imponeva, a tutti gli impianti che producevano diossine, di rispettare i limiti alle emissioni di 0,4 nanogrammi per metro cubo, all’ora in linea con quelli indicati dal Protocollo di Aarhus. Dopo l’approvazione della “legge antidiossina” l’Ilva minacciava un ricorso contro la legge per incostituzionalità . Il 17 gennaio Legambiente avviava a Taranto la campagna nazionale "Mal'aria" e successivamente presentò il libro bianco sull’inquinamento atmosferico da attività produttive in Italia.

Taranto in questo rapporto annuale risultava essere la città più inquinata d’Italia. Le ultime vicende che portano ad oggi parlano di elevate quantità anche di bonzo(a)pirene, un idrocarburo policiclico aromatico genotossico e cancerogeno, ma anche di dati che provengono da Arpa, ISPRA, EPA, E-PRTR i quali dicono che questa è una città messa in ginocchio da una marea di sostanze inquinanti che superano di tantissimo i limiti imposti dalla legge. Taranto è la città più inquinata d’Europa con un elevato tasso di mortalità per tumore, cancro, e neoplasie in età pediatrica.

Nel 2010 il commissario Ue all'ambiente Stavros Dimas, in risposta ad un'interrogazione dell’allora eurodeputato Luigi De Magistris, affermava che “per l’Ilva nessuna autorizzazione è rilasciata in conformità alla direttiva Ippc”.
Ad aprile scoppiava il caso beno(a)pirene uno dei cancerogeni genotossici più pericolosi che minacciava la salute della città. L’associazione PeaceLink pubblicava i dati dell’inquinante: per 3 anni consecutivi si attestava il superato i limiti di legge. Associazioni e comitati pro-ambiente chiederanno la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. La Regione Puglia rispondeva con una legge definita “anti-benoz(a)pirene” però fortemente criticata perché priva di prescrizioni forti.

Arrivano anche i dati dell’istituto ISPRA da parte dell’associazione ambientalista “Taranto libera” , ora LegamJonici. I dati allarmavano tutti tranne le istituzioni tarantine e romane: benzene: valore soglia 1.000, Ilva rispondeva con un quasi 16.000; biossido di carbonio: valore soglia 100.000, Ilva 10.731.887; arsenico e composti: valore soglia 20, per l’Ilva è 177; diossine + furani: valore soglia 0,1, Ilva quasi 100; PM10: valore soglia prevede 50, Ilva 3.378. Il 19 maggio 2010 il Procuratore Franco Sebastio venne costretto a convocare un vertice per parlare della questione ambientale al quale partecipavano tutte le istituzioni politiche, organi sanitari e di controllo della città di Taranto : “Se l’inquinamento avrà ad esempio – disse Sebastio- effetti negativi sull’ambiente o sulla salute delle persone allora gli organi a dover intervenire saranno quelli ad avere delle competenze specifiche in quel settore. Se poi, sempre l’inquinamento dovesse avere anche delle conseguenze negative dal punto di vista legislativo, allora ad intervenire sarà anche l’autorità giudiziaria competente”. Partivano così a luglio del 2010 le indagini da parte della Procura di Taranto che vedevano esponenti dell’Ilva di Taranto accusati di disastro ambientale. Intanto ad agosto veniva votato il decreto legislativo 155/2010 con il quale il Governo permetteva all’Ilva di continuare ad inquinare “a norma” la città di Taranto con il benzo(a)pirene. Nel 2011 i tarantini scoprivano che le cozze erano inquinate da diossine e pcb. Si passerà così alla distruzione delle stesse e alla perdita di centinaia di posti di lavoro. Per diossina erano già stati abbattuti migliaia di capi di bestiame ed una ordinanza della Regione Puglia venne emanata per vietare il pascolo entro un raggio di 20 km dal polo industriale. Ad agosto l’allora ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, firmava il decreto per il rilascio dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) allo stabilimento Ilva. Critiche non si risparmiavano da parte delle associazioni ambientaliste dato che Regione Puglia e Comune di Taranto non avevano presentato nessuna prescrizione.

Arriviamo così ai nostri giorni con l’intervento della magistratura tarantina e con una super-perizia che ha portato la stessa a sequestrare gli impianti dell’area a caldo dopo la chiusura dell’incidente probatorio avvenuto il 30 marzo 2012. Il 26 luglio con un nuovo accordo di programma venivano stanziati per la bonifica di Taranto 336 milioni di euro. In parte questi fondi andranno non per la bonifica ma per altre opere.

Intanto Ilva impugnava il provvedimento del GIP Patrizia Todisco davanti al Tribunale del Riesame. Il Riesame modifica qualche giorno fa in parte il provvedimento del GIP ma la stessa Todisco con una nuova ordinanza impone oggi il fermo della produzione. Monti è costretto a far arrivare per giorno 17 agosto i suoi uomini a Taranto per cambiare le sorti dello stabilimento. Un conflitto/scontro tra politica e magistratura ci mancava per erodere ancora un altro poco quello che noi chiamiamo Paese democratico e repubblicano.

Antonello Corigliano


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