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Quotidiano Lecce, Salento

- Martedì, 22 agosto 2017 - Ore 01:54

Concezioni di sviluppo e parole "esplose", analisi dei quotidiani locali

Concezioni di sviluppo e parole "esplose", analisi dei quotidiani locali

Lecce - Chi, quotidianamente o saltuariamente, sfoglia un quotidiano, lo legge attentamente oppure lo utilizza come fonte primaria della propria informazione, riesce ad individuare il mutamento dello stesso nel suo modo di comunicare, nel linguaggio e nella maniera in cui questo riporta dichiarazioni e contraddizioni degli attori politici e sociali?
Non è facile come potrebbe apparire in quanto le trasformazioni in atto nei quotidiani locali non sono immediate, ma, così come la società, mutano di pari passo, inglobando spesso termini e ideologie nell'arco di decenni.

I quotidiani locali sono teatro pubblico dell'emersione di concezioni di sviluppo dominanti, individuabili attraverso un'attenta analisi del modo di costruire la notizia, di porre le questioni e di elaborare i conflitti di interesse.
Giocano un ruolo "accattivante" e "partecipazionale" anche alcune parole-chiave che, come fu per il termine "globalizzazione", nascono, hanno un loro ciclo di vita, e poi, forse, muoiono.
Una parola molto resistente all'incidere del tempo e delle mode è, però, "territorio", utilizzata e abusata dai media e dagli operatori locali. Il suo abuso, però, non è dovuto ad una scarsa fantasia. Ci sono, al contrario, ragioni più profonde dietro il radicamento e l'appeal di questo termine.

Inizia con le finalità di un esperimento didattico la ricerca diretta, nell'ambito dell'insegnamento di Sociologia generale ed economica dell'Università del Salento, dal Professore Angelo Salento e svolta da cinque studentesse (Valeria Fatone, Valentina Fanelli, Lucia Trani, Paola Marsano e Marcella Barone).
Partendo dall'assunto secondo il quale il compito della sociologia non è quello di formulare modelli o di imporre "cosa fare", bensì di riconoscere e comprendere come nei contesti sociali si producano le scelte di ordine socio-economico che di volta in volta vengono individuate come scelte di sviluppo. Si potrebbe dire, più semplicemente, che il compito della sociologia è di capire come cambiano le cose, e magari, come in questo caso, raccontarlo.

Una questione fondamentale della ricerca, intorno alla quale si è sviluppata l'analisi, è la seguente: i quotidiani locali, stampa e web, riescono ad essere la sede, almeno una, di quei processi di riflessività che dovrebbero essere garanti della capacità di elaborazione del futuro, anche per evitare irrigidimenti dei termini guida delle scelte di sviluppo?

Le ipotesi di partenza del gruppo di ricerca, in seguito sottoposte al vaglio dell'analisi empirica, sono fondamentalmente quattro:
1)La prima ipotesi concerne il fatto che nei quotidiani locali la questione dello sviluppo viene affrontata in maniera smisurata, da un lato per l'importanza dell'argomento, dall'altro perché rientra nelle strategie di promozione degli interessi degli attori sociali che ne fanno particolare uso e abuso;
2)E' emerso, inoltre, che, fra le diverse prospettive di sviluppo presenti sui giornali, la più diffusa e potente concezione dello sviluppo sia quella local-sviluppista liberista;
3)La prevalenza di questa concezione porta con sè un'inflazione di parole-chiave come "territorio" e "identità". La ricerca si è soffermata, in particolare, sul primo termine, indagandone la polisemia e i retroterra ideologici;
4)La quarta è un'ipotesi con un intento normativo in quanto la ricerca si chiede: Quando si parla di sviluppo, che tipo di idee, pregiudizi e nozioni vengono messe in campo da parte degli operatori dell'informazione, ma anche e forse soprattuto da parte degli operatori delle amministrazioni, della politica, delle compagini sociali del territorio?

Il gruppo di ricerca, dopo le suddette premesse, ha proceduto con un'analisi quantitariva e qualitativa del contenuto di ben 498 articoli, riferibili al contesto salentino, inteso in senso ampio, e raccolti tre giorni la settimana, de Il Quotidiano di Lecce, Il Corriere del Mezzogiorno, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Paese Nuovo e LeccePrima.
Il periodo di raccolta e analisi va dal 16 ottobre 2011 al 29 febbraio 2012, un campionamento che ha consentito ai ricercatori di effettuare una ricerca esaustiva in base alle risorse limitate(essendo solo cinque le studentesse).

Un dato decisamente rilevante fornitoci dalla ricerca e utile ai lettori è quello riguardante le fonti di produzione della notizia. In genere le fonti sono tre: fonte giornalistica, fonte istituzionale-amministrativa e fonte proveniente dalla cosiddetta società civile, tra cui anche l'Università, enti, associazioni o singoli cittadini.
La ricerca ha dimostrato come vi sia, nei giornali presi in esame, una prevalenza di notizie di produzione istituzionale-amministrativa, mentre risulta marginale la produzione da fonti giornalistiche che, nel caso del Corriere del Mozzogiorno, sono del tutto assenti.
I quotidiani che dedicano più spazio alle notizie di produzione istituzionale-amministrativa sono, nel dettaglio, LeccePrima, La Gazzetta del Mezzogiorno e Il Quotidiano di Lecce, mentre presentano una prevalenza di notizie provenienti da società civile Il Paese Nuovo e Il Corriere del Mezzogiorno.

I giornali locali rappresentano delle tribune che ospitano le voci degli attori del contesto locale, con una sostanziale eteronomia nel modo di lavorare e mettere a tema le questioni, fattore che emerge anche dal dato inerente il numero di interviste e dichiarazioni presente negli articoli.
Ne contiene il maggior numero LeccePrima (92,04%), seguito dal Corriere del Mezzogiorno (80,19%); il Quotidiano (79,52%); La Gazzetta (77,53%); il Paese Nuovo (57,01%).

Malgrado la concezione di sviluppo dominante sia quella local sviluppista di tipo liberista, il gruppo di ricercatori ha individuato una griglia teorica delle concezioni di sviluppo che fanno capolino nei quotidiani locali, volutamente o meno, che andiamo brevemente ad illustrare:
1) Concezione divarista-dipendentista, approccio di stampo rivendicazionista, secondo il quale la condizione del Mezzogiorno va interpretata come una subalternità storica rispetto al Centro-Nord,
l'idea che il divario legittimi le pretese risarcitorie del mezzogiorno;
2) Concezione local-sviluppista, un insieme di approcci, accomunati dal fatto di
riconoscere alla dimensione locale e contestuale un’assoluta centralità nella produzione dei
fenomeni economici.
In questo modo di intendere il Mezzogiorno, si riconoscono due filoni, il Local-sviluppismo liberista, ovvero quella concezione dello sviluppo che attribuisce a ciascun “territorio” la responsabilità della condizione sociale ed economica della popolazione che vi risiede in un'ottica di competizione tra contesti locali e il Local-sviluppismo territorialista, che associa l'idea di territorio ad un
nucleo essenziale e irrinunciabile della vita sociale ed economica.
3) Concezione euromediterranea, marginale rispetto alle altre, presuppone che si possa configurare un contesto euromediterraneo, un contesto che abbia una sua prospettiva di sviluppo autonoma rispetto all'economia occidentale.;
4) Concezione sostenibilista, che a partire dal "conto" delle risorse che ci restano, stila altri tre profili: Sostenibilità ambientale, che si preoccupa della compatibilità fra le scelte di sviluppo e la disponibilità di risorse naturali; Sostenibilità sociale, che sottolinea l’impatto che le scelte economiche producono sui sistemi di riproduzione sociale, mettendo in luce le criticità che i modelli di sviluppo presentano rispetto alla riproduzione del legame sociale nelle sue varie dimensioni; Sostenibilità economica, che considera le frizioni fra un sistema di accumulazione e le sue stesse condizioni di riproducibilità, pensando sostanzialmente alle risorse come materie da mettere a valore.
Come precedentemente detto, la concezione più diffusa è quella local sviluppista liberista, anche se molto appeal ha quella territorialista e grande importanza viene data alla sostenibilità, nelle sue tre forme.

L'utilizzo eccessivo del termine "territorio", aldilà dei dati che lo dimostrano (complessivamente la parola “territorio” ricorre 701 volte, in 293 articoli), denota un'evidenza di carattere qualitativo: vi è una forte dispersione semantica che ha permesso di classificare il termine in ben 15 accezioni diverse, utilizzate spesso dalla stessa penna e nello stesso articolo, altre volte, anch'esse molteplici, in dichiarazioni, specie appartenenti al ceto politico.
Il termine è "vittima" di una forte polisemia, percui nel medesimo articolo (e a volte nello stesso periodo) ricorre con significati diversi.

Se questo dato può sembrare un caso o semplicemente un termine "di moda", le ragioni che sono dietro la sovrabbondanza del suo utilizzo sono diverse e articolate e il gruppo di ricerca diretto dal prof. Angelo Salento non se l'è lasciate sfuggire, approfondendo la questione con alcuni dei giornalisti dei quotidiani osservati: Mauro Marino di Il Paese Nuovo, Vincenzo De Filippi di LeccePrima, Maria Claudia Minerva di Il Quotidiano, Tonio Tondo della Gazzetta del Mezzogiorno e Francesca Mandese del Corriere del Mezzogiorno.
All'attenzione dei giornalisti (ciascuno di essi ha prima partecipato ad un incontro singolo con i ricercatori e poi, il 18 giugno 2012, ad un forum di discussione collettivo) sono state illustrate le evidenze a cui la ricerca ha portato, ovvero una fortissima diffusione dell’uso della parola territorio per indicare un ambito di competenza amministrativa (“spazio normato”), che a volte è corretto (nel senso di "estensione del territorio provinciale), altre no in quanto esistono termine più appropriati;
una notevole diffusione degli usi del termine legati a una concezione local-sviluppista liberista e quindi territorio come sinonimo di soggetto o contesto dello sviluppo in accezione liberista e territorio come sinonimo di risorsa per lo sviluppo; un aspetto rilevante della dispersione semantica del termine è la diffusione non trascurabile di accezioni puramente evocative (che si riscontrano in misura maggiore, peraltro, nelle dichiarazioni di attori appartenenti al ceto politico). Il riferimento, in particolare, è agli usi di territorio come popolazione, o complesso delle istituzioni locali. Emblematico è l’uso di territorio come termine riferito a un’astratta soggettività, che pare incarnare lo Spirito del popolo, una sorta di fonte originaria e prepolitica di legittimazione delle decisioni che si utilizza per dire "Il territorio ha deciso questo".

I 15 significati, propri e impropri, ne fanno una parola esplosa, utilizzata per qualsiasi cosa, che ha quindi perso il suo valore semantico.
Il forum collettivo ha permesso di argomentare ulteriormente e di conoscere il punto di vista degli operatori dei media, molti dei quali hanno concordato con l'evidenze emerse, specie circa la sovrapposizione di concezioni di sviluppo diverse, la conseguente genericità degli approcci della carta stampata registra, l’inflazione di parole-chiave che tendono a perdere capacità denotativa.
Tutti hanno, inoltre, ricondotto queste tendenze ad una scarsa autonomia redazionale causata, talvolta, da una forte vicinanza con la politica e gli amministratori locali che porta a digerirne il lessico, riproponendolo sulle testate; altre volte, invece, sono riconducibili alle condizioni contrattuali e concorrenziali che portano l'informazione ad essere generalista per racchiudere un target sempre più ampio.
Non meno rilevante, inoltre, è stata la spiegazione legata ad un'editoria sempre meno pura, ma legata necessariamente alla vendita di copie e, quindi, ad una comunicazione più veloce, meno approfondita, ma sempre "sul pezzo".

Non restare indietro, così come per i territori, vale per i quotidiani, ma sono molte le riflessioni positive scaturite dal dibattito dalle quali si evince come, aldilà di una critica o un osservatorio attento, ci sia un grande amore per la professione da parte degli operatori mediatici.
Emerge, dal dibattito, un'esigenza reale ad affrontare il lavoro con maggiore riflessività per perseguire, come ha asserito Tondo (Gazzetta del Mezzogiorno), "un'informazione più rigorosa, precisa, meno dozzinale, più sobria e semplice ma, allo stesso tempo, anche più vera".

La ricerca ha ampiamente dimostrato che le tendenze a celebrare il territorio in logiche concorrenziali e di eccellenze da mettere a valore accettando pressoché acriticamente il lessico essenziale della valorizzazione, non sono direttamente addebitabili agli operatori dell’informazione.
I quotidiani locali, infatti, non producono una discorsività autonoma rispetto alla platea dei soggetti
che quotidianamente cercano e ottengono rappresentazione nei giornali.
Se da un lato, quindi, le testate risultano sollevate da una responsabilità diretta rispetto ai contenuti dell'informazione, dall'altro si pone il quesito dell'indipendenza della stessa e del lavoro redazionale. Perché, dunque, sfugge il controllo della notiziabilità?

Per quel che concerne gli ambiti della ricerca sociologica, si apprende che il giornalismo locale non è capace di esercitare un ruolo di filtro e di rielaborazione del discorso sociale.
Constatando, però, le circostanze di ordine sistemico che condizionano il lavoro dei giornalisti, dall'informazione precaria alle logiche di competitività, è emerso un dato decisamente positivo, ovvero una propensione a rinnovarsi per tornare (o esserlo ex novo) a rappresentare più dello specchio della politica, la dimora dei processi di riflessività che garantiscono la capacità di elaborazione del futuro.

La Redazione


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