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Quotidiano Lecce, Salento

- Giovedì, 23 novembre 2017 - Ore 16:07

Mare a rischio inquinamento nel salento

Mare a rischio inquinamento nel salento

Salento - Secondo i dati registrati e diffusi dall’Osservatorio sul Turismo della Puglia, nel 2010 si è verificato un incremento di arrivi nella nostra regione pari a più del 4% rispetto allo scorso anno, parlando in termini numerici, l’ammontare degli arrivi nel nostro territorio, è stato pari a 3.100.000 unità.

Aumentano anche gli stranieri che scelgono la Puglia, in particolare il Salento, come metà per le proprie vacanze, infatti, sempre nel 2010, 50.000 stranieri in più, rispetto agli anni passati, hanno visitato la Puglia, scegliendola non solo come meta culturale o enogastronomica, ma anche e soprattutto, come meta balneare, grazie alla bellezza delle nostre spiagge e del nostro mare. Sempre secondo, l’osservatorio sul turismo, questi dati, confermanti e già abbondantemente superati nell’anno 2011, continueranno a crescere ed a registrare un’altra impennata, per il prossimo 2012.

Bene, verrebbe da dire, se solo parte di queste previsioni venisse confermata, anche perché la maggior parte degli introiti, di cui può ancora oggi godere la Puglia, sono legati per l’appunto al settore turistico. Ma siamo proprio sicuri che nei prossimi anni sarà ancora cosi? Da tempo infatti, sulle teste dei pugliesi, e del loro prezioso mare, incombe, più di una grande e concreta minaccia per l’ambiente, la prima risponde al nome di T.A.P. e la seconda a quello della più nota Northern Petroleum. Ai cittadini più attenti infatti, non sarà certamente sfuggita la comparsa, proprio in questi giorni, al largo di san foca, di una piattaforma sollevabile a pochi metri dalla riva per eseguire un’analisi geotecnica del terreno a partire dal 24 gennaio. I campioni di terreno prelevati sino ad una profondità massima di 20 metri sotto il livello del mare, verranno analizzati direttamente sulla piattaforma ed in laboratorio. A seconda delle condizioni meteorologiche, la piattaforma dovrebbe completare la propria attività entro la prima metà di Febbraio. Quando il lavoro della piattaforma sarà terminato, sarà rimpiazzata da una chiatta che rimarrà nella zona fino alla metà di Marzo, clima permettendo.

L'indagine sottomarina è svolta da Tap con il supporto della società appaltatrice D'Apollonia, azienda italiana leader nel campo dell’ingegneria civile, geotecnica ed ambientale. Lo scopo con il quale è stata concepita la T.A.P. , trans Adriatic Pipeline ovvero condotta che attraversa l’adriatico, è dei migliori, cioè quello di colmare il deficit energetico del nostro paese e non solo, ma la realizzazione, lascia al quanto a desiderare. Ben 6 comuni della provincia di Lecce possiedono ormai da mesi, gli incartamenti riguardanti il progetto, ma nonostante i lavori siano già partiti, ed un’opera di questa portata, avrà senz’altro, un fortissimo impatto ambientale, e conseguenze per il turismo, nessuno o quasi, ne parla.

Ma cos’è la T.A.P.? Nel dettaglio, non è altro che un immenso tubo lungo circa 520 km che avrà la funzione di trasportare dal Mar Caspio, e precisamente dalla regione dell’ Azerbaigiàn fino in Italia, inizialmente, 10 miliardi di metri cubi di gas, per poi arrivare nel corso degli anni, a 20 miliardi di metri cubi, ovvero, il 39% del fabbisogno nazionale. Un affare da più di 280 miliardi di euro l’anno, dei quali, inutile dirlo, vedremo solo pochi spiccioli. Un gasdotto, che attraverserà via terra la Grecia e l’Albania, fino ad arrivare al Canale D’Otranto, dove, con un tunnel sottomarino largo circa 2 metri, si espanderà per 1oo km lungo l’Adriatico fino ad arrivare a poco più di 450 metri dalla località balneare di San Foca. Per la realizzazione del tunnel, sono previsti, scavi nella falesia già erosa dal mare, emissioni di gas nell’ atmosfera, e importanti cambiamenti ambientali e paesaggistici. Inoltre il tubo, si estenderà per 21 km fino a giungere a Melendugno, dove sarà situata la zona PRT, all’interno della quale, il gas verrà decompresso, generando emissioni nell’atmosfera e rumore. Come se non bastasse, il tunnel, dall’area prt si estenderà per altri 17 km toccando paesi come Vernole, Lizzanello, San Donato, Melendugno e infine Castrì.

L’area attraversata dal tracciato del gasdotto sarà sottoposta a non poche restrizioni, ad esempio, non potranno essere costruite case, nel raggio di 60 metri, complessi abitativi a meno di 200, non sarà possibile piantare ulivi, vigneti e alberi da frutto a non meno di 40 metri, e di conseguenza verranno espiantati tutti quelli già presenti. Nonostante tutto, c’è ancora, chi si ostina a dire che sia il paesaggio, che i fondali, e la falesia, non subiranno nessun mutamento. Il secondo problema, invece, è legato, alla società inglese Northern Petroleu. Da qualche mese, infatti, nelle nostre acque, sono arrivati alcuni suoi funzionari, per compiere tutti i rilievi necessari all’inizio dei lavori, e nonostante il dissenso generale, verso il progetto in questione, sembra che non siano valsi a nulla gli sforzi di associazioni ambientaliste e liberi cittadini, che lo scorso 21 gennaio sono scesi in piazza a Monopoli, per dire ancora una volta “no alle trivellazioni”. Lo scopo di questa multinazionale infatti, sarebbe quello di trivellare i fondali dei mari del Salento e del Barese, per estrarne del petrolio. Nove sarebbero, le autorizzazioni concesse dal Ministero dell'Ambiente e dei Beni Culturali affinchè si possano compiere le prime ispezioni sismiche con la tecnica dell'air-gun nell'area di Monopoli-Ostuni- Brindisi per poi passare, alla perforazione di pozzi esplorativi. L'area interessata, è vastissima, si estende per 6.600 chilometri quadrati e si spinge fino a venticinque chilometri dalla riva, partendo da Bari fino a giungere nelle acque di Santa Maria di Leuca. Le ispezioni sismiche consistono in forti esplosioni di aria compressa in mare che permettono di fare valutazioni sui giacimenti delle riserve di petrolio per mezzo di segnali riflessi. Sarebbero dannose per la salute dei pesci, che poi finiscono sulle nostre tavole, per il mare e la sua flora, e soprattutto per i cetacei che rischiano di spiaggiare.

Il processo di petrolizzazione prevede inoltre, l'installazione di almeno nove piattaforme in mare. Queste, si pensa possano provocare, perdita di petrolio e rilascio di materiale inquinante, fino alla possibilità, non così remota come vorrebbero farci credere, di scoppi e incidenti, che avrebbero delle conseguenze devastanti. Dai rilievi effettuati lo scorso 11 ottobre, poi, sembra sia emerso che la qualità del nostro petrolio, sia scarsa, e che non sarà possibile, prelevare, molto più di 53 milioni di barili.

Considerando che, in Italia il consumo quotidiano, è di circa 1 milione e mezzo di barili, ci si può rendere subito conto che il petrolio estratto ci basterebbe, per poco più di un mese, sempre che la Northern Petroleum non decida di vendere il suo prodotto al miglior offerente. A noi, in questo caso, non rimarrebbe che una royalties insignificante, di appena il 4%, quando in altri paesi come la Norvegia, si arriva fino all’80%, ed un mare altamente inquinato, nonostante sia il vero oro nero della nostra terra.

Azzurra Monaco


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