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Quotidiano Lecce, Salento

- Giovedì, 24 agosto 2017 - Ore 01:30

Oltre 44mila le case vecchie e in cattive condizioni

Oltre 44mila le case vecchie e in cattive condizioni

Lecce - Sono oltre 44mila le case vecchie e in cattive condizioni in provincia di Lecce. Per la precisione, sono 44.750 quelle che versano in mediocre o pessimo stato di conservazione. A rilevarlo è l’Osservatorio economico di Confartigianato Imprese Lecce, diretto da Davide Stasi. Nell’elenco sono comprese case unifamiliari e a schiera, ville, villette, case a schiera, palazzine in complessi residenziali e condomini o palazzine con negozi o sedi di attività economiche in genere a piano strada. In provincia di Lecce sono ben 5.492 gli edifici residenziali costruiti prima del 1918 che si trovano in stato di abbandono e degrado. Tra quelli realizzati dal 1919 al 1945 ne risultano altri 7.483; dal 1946 al 1960 ce ne sono altri 9.056; dal 1961 al 1970 altri 9.309; dal 1971 al 1980 altri 8.974; dal 1981 al 1990 altri 3.580; dal 1991 al 2000 altri 566; dal 2001 al 2005 altri 175; dal 2006 al 2011 altri 115.

Rappresentano il 28,3 per cento di quelli che in Puglia versano nel degrado. In tutta la regione, infatti, ce ne sono oltre 158mila, di cui 30.458 nella provincia di Bari, pari al 19,2 per cento del totale. Nella provincia di Barletta-Andria-Trani sono 12.397 gli immobili (pari al 7,8 per cento); in quella di Brindisi 20.230 (12,8 per cento); in quella di Foggia 26.055 (16,5 per cento) e in quella di Taranto 24.407 (15,4 per cento). Va sottolineato che un’abitazione in cattive condizioni non solo mette a rischio l’incolumità dei cittadini, ma contribuisce a gonfiare la bolletta energetica delle case. Ad esempio, una palazzina costruita negli anni Sessanta, è certamente priva di qualunque soluzione che possa ridurre la dispersione del calore da tetto, pareti, porte e finestre. Anche i sistemi di riscaldamento centralizzati o autonomi, ma vecchi, si rivelano molto dispendiosi, inefficienti e necessitano di frequenti interventi di manutenzione. Secondo la rilevazione di Confartigianato, infatti, il comparto residenziale incide per il 28,8 per cento sui consumi di energia, più di quanto assorbano i trasporti su strada (27,7 per cento) e l’intera industria (22,7 per cento).

Un primo provvedimento per incentivare l’adozione di misure in grado di contrastare lo spreco di risorse energetiche nel settore residenziale arrivò nel 1976, con la legge che definì i criteri di efficienza. Una maggiore spinta a migliorare le condizioni dei fabbricati può arrivare dai bonus fiscali per le ristrutturazioni edilizie (detrazione del 50 per cento sulle spese sostenute) e per il risparmio energetico degli immobili (detrazione del 65 per cento) prorogati dalla legge di Stabilità. «E’ importante sfruttare gli incentivi fiscali che consentono di raggiungere più obiettivi: riqualificazione del patrimonio immobiliare, risparmio ed efficientamento energetico e difesa dell’ambiente, rilancio delle imprese delle costruzioni, emersione di attività irregolari», dice Davide Stasi, direttore dell’Osservatorio economico di Confartigianato Imprese Lecce. «Molti nostri edifici sono ancora lontani dagli standard europei per l’efficienza energetica. Inoltre, si può così sostenere la filiera dei settori delle costruzioni che conta, in Italia, ben 594.828 micro e piccole imprese fino a 20 addetti che danno lavoro, complessivamente, a 1.343.467 addetti. A questi – aggiunge – si aggiunge l’indotto manifatturiero in cui operano altre 85.526 aziende che occupano altri 320.959 addetti.

La ripresa delle compravendite in Puglia, però, dà motivo per sperare in un miglioramento delle condizioni del mercato che ha subito, negli ultimi anni, una battuta d’arresto notevole. La contrazione dei prestiti concessi alle famiglie e le incerte prospettive economiche unite ad una vera e propria escalation delle tasse sul mattone, hanno profondamente depresso il mercato con tutto ciò che ne è conseguito a livello produttivo. Basti pensare – prosegue – che dal 2008 il comparto delle costruzioni ha visto in Puglia la chiusura di oltre duemila imprese artigiane ed una flessione occupazionale pari quasi al 48 per cento: una vera e propria caduta libera. Per trasformare questi flebili segnali positivi in vera ripresa – spiega – è necessario razionalizzare l’imposizione fiscale sugli immobili, migliorare ulteriormente le condizioni di accesso ai mutui bancari e, contestualmente, dare impulso a opere piccole e medie sul territorio per far ripartire il Paese. Probabilmente l’edilizia a cui siamo abituati non tornerà più. Si andrà sempre più verso percorsi virtuosi che non consumino ulteriormente il territorio. Efficienza, sostenibilità e innovazione – conclude Stasi – dovranno rappresentare le chiavi di volta per riqualificare il patrimonio edilizio e spingere il settore delle costruzioni fuori dalla crisi».


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